martedì 11 giugno 2013

Paulette

La crisi genera mostri, ma spesso fornisce gli strumenti per sconfiggerli. Un’anziana, incattivita dalla povertà dettata da una pensione talmente bassa da costringerla a rovistare tra i rifiuti, passa le sue giornate tra le invettive contro gli extracomunitari che popolano la città e il rimpianto del marito scomparso. La pasticceria di famiglia nella quale lavorava è adesso un ristorante cinese e Paulette (B.Lafont), questo il nome della protagonista, costretta ai margini della società è incapace di provare affetto persino per il nipotino, colpevole di avere la pelle nera. La svolta arriva nel momento in cui l’odiato genero Ousmane (J.B.Anoumon) le chiede qualcosa sullo spaccio di droga che ha luogo nel quartiere. Paulette, comprendendo la portata del business decide, infatti, di cominciare a spacciare, e facendo di necessità virtù, dopo un inizio burrascoso scopre per caso la possibilità di utilizzare i dolci, infarciti con le sostanze allucinogene, per non destare sospetti. Grazie al contributo di tre amiche entusiaste (C.Maura, D.Lavanant, F.Bertin), la donna recupera la felicità, riconciliandosi in un modo un po’ eccentrico con il mondo che la circonda.

La droga – e solo quella leggera, perché Paulette non vuole andare oltre – le offre l’occasione di recuperare la dignità che le leggi del Mercato “autoregolato” le hanno sottratto. Ed è così che una donna resa acida e indisponente dalla vita, rinasce all’ombra di quella legalità che avrebbe dovuto proteggerla, innescando un meccanismo che sovvertirà anche ruoli e rapporti di forza nel quartiere.

Il film vive di contrasti. Quello tra una vecchietta apparentemente indifesa e la sua cattiveria, quello tra il circolo in cui si gioca a carte e i marciapiedi dei quartieri dormitorio in cui si spaccia, quello, infine, tra l’innocenza dei dolci fatti in casa e l’hashish. Tutti esemplarmente resi grazie alla recitazione di quella che fu una delle muse di Truffaut e Chabrol e ad una colonna sonora originale usata con intelligenza. Al di là di qualche rappresentazione stereotipata, soprattutto tra i clienti di “nonna spinello”, il film prova a raccontare in modo non banale una storia a tratti irreale, e lo fa trovando soluzioni originali come quella dei titoli di testa, che scorrono sui finti filmini familiari in super8 raccontando la vita della protagonista, o della scena esilarante con la liberazione del nipote rapito.

Una favola contemporanea in cui il contatto umano, la cooperazione, la possibilità di trovare un posto nella società e la capacità di offrire con “dolcezza” qualche momento di evasione dalla brutalità della metropoli, tirano fuori Paulette da una vita umiliante. Una favola per la quale non ci sarebbe da stupirsi se diventasse realtà.

giovedì 30 maggio 2013

L'onda

Ci sono tre tipi di film sulle classi scolastiche: quelli che le descrivono dall’interno, quelli che le descrivono dall’esterno e quelli che le utilizzano come metafora per raccontare altro. Al primo gruppo appartengono i film più insulsi, al secondo quelli più moralisti, al terzo appartiene L’onda.

Il film di Dennis Gansel, realizzato nel 2008 ma arrivato nelle sale italiane soltanto l’anno successivo, trasferisce in Germania il racconto di un esperimento realmente realizzato sul finire degli anni sessanta in una scuola californiana. Per confutare le convinzioni dei suoi alunni, che ritengono impossibile il ritorno di una dittatura, il professor Wenger (J.Vogel) mette in piedi un progetto sconvolgente. Per una settimana questi dovranno comportarsi esattamente come se vivessero sotto un regime totalitario che ha come leader l’insegnante: dovranno, quindi, utilizzare lo stesso abbigliamento, fare riferimento ad un simbolo comune, salutare in un determinato modo. L’Onda, questo il nome che viene scelto per il gruppo, appassiona da subito i ragazzi che oltre a costituirsi come insieme coeso e fortemente identitario, cominciano a diffondere il simbolo in città, proiettando la struttura all’esterno delle mura scolastiche con conseguenze irreparabili sulla psicologia di alcuni dei più deboli tra loro. L’esperimento, infatti, confermando la correttezza della tesi iniziale, sfugge di mano a Wenger, conducendo la classe ad esiti imprevisti.

Rifuggendo la schematicità documentaria del cinema che spesso ama definirsi “impegnato”, ma anzi utilizzando un linguaggio semplice e accattivante, la breve parabola apre gli occhi, se mai ce ne fosse bisogno, sull’incredibile fragilità dell’apparente democrazia a cui sono abituati i paesi dell’occidente industrializzato.

Se da un lato bastano poche parole d’ordine, scandite con il tono di voce giusto, a mettere in crisi ogni norma di civile convivenza e ad installare, persino – o soprattutto – in chi subisce quotidianamente il dramma dell’emarginazione (generazionale, culturale, razziale), i meccanismi paranoici dell’intolleranza, dall’altro bastano pochi elementi ben organizzati per trasformare un episodio traumatico in un racconto coinvolgente: un montaggio che guarda allo stile hollywoodiano ma sa utilizzarne i tratti migliori pescando a piene mani dai modelli più commerciali senza dimenticare la serietà imposta dalla storia; un occhio fotografico che riesce a trasmettere (e forse in questo sta la superiorità dell’ambientazione tedesca) la totale compenetrazione fra assurdità degli eventi e impersonalità del paesaggio circostante, in un gioco – sempre per restare sull’orizzonte commerciale – che evoca gli inospitali scenari scandinavi di Stieg Larsson; un cast, infine, quasi interamente composto da esordienti capaci di rendere in modo eccezionale gli animi invasati e insieme spaesati della classe “vittima” dell’esperimento.

Tutto concorre, quindi, ad una lettura che collocando L’onda a fianco di molte produzioni contemporanee (una su tutte La banda Baader-Meinhoff), inserisce il film nel solco di un nuovo cinema tedesco che grazie a linguaggi lontanissimi da quelli dei maestri degli anni ‘70/’80 e grazie a una distribuzione che ne ha permesso una diffusione non indifferente, riflette sul proprio passato in maniera convincente e non autoreferenziale.

mercoledì 29 maggio 2013

Da non rivedere #1: Amore 14


 
Così, tanto per non dimenticare, Argocinema rispolvera qualche vecchia recensione.
Cominciamo dai film da non rivedere per nessun motivo.

 

I casi sono due: o gli adolescenti italiani sono una massa di beceri ignoranti drogati dalla televisione e dalle tecnologie, o è il cinema italiano a ritenerli tali, crogiolandosi nel finto tratteggio di caratteri psicologici in realtà banali, quando non esplicitamente stupidi. La risposta esatta è probabilmente la prima, sugerita anche dal fatto che l’arte è sempre specchio della società. Parlare, però, di “arte” con riferimento ad Amore 14 è una bestemmia

L’ultimo lavoro di Federico Moccia è infatti una carrellata di luoghi comuni sui quattordicenni e sul loro mondo che, tirata su con l’impalcatura della storia d’amore (precisiamo che anche il termine amore è assolutamente esagerato per il tema trattato), dipinge un quadro disarmante e aggravato dal consenso e dal successo riscossi tra i giovani. Carolina, detta Caro (Beatrice Flammini), vive la sua vita circondata dalle amiche del cuore Alis e Clod, e da una famiglia dove, oltre i nonni, l’unico a capirla è il fratello da lei ribattezzato Rusty James (Raniero Monaco di Lapio), spirito libero e sognatore che ha abbandonato medicina per darsi alla scrittura. È in questo contesto che tra le rivalità con le compagne di scuola, i primi baci e i sotterfugi per costruire fuori casa un’identità diversa da quella che conoscono i genitori, Caro incontra Massi (Giuseppe Maggio) in libreria, innamorandosi perdutamente di lui. Il film procede quindi nel racconto della ricerca del ragazzo, di cui la protagonista ha perso il numero di cellulare, fino ad arrivare a un nuovo incontro con il quale Caro potrà coronare il suo sogno sentimentale. Ovviamente la storia non durerà e Massi la tradirà con la sua migliore amica.

Una storia banale, un finale scontato ed una totale assenza di perizia tecnica, fanno di Amore 14 probabilmente il peggiore film del filone Moccia; arriva a farci rimpiangere Scusa ma ti chiamo amore, per non parlare dei veri film di genere da Come te nessuno mai a Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Il cast non spicca, probabilmente per i troppi paletti imposti da una sceneggiatura di infimo livello che oltre a riuscire nell’impresa di far sfigurare persino una professionista come Pamela Villoresi (assente sul grande schermo dal 2002), lascia emergere i tratti di un lavoro ormai privo di idee e di spunti ma interamente votato al guadagno.

 
(recensione del 24 novembre 2009)
 

lunedì 27 maggio 2013

La grande bellezza

Era il 2008 quando nelle sale cinematografiche italiane usciva Il Divo, ultimo film degno di nota sul grottesco mondo della politica italiana, che attraverso le spesse lenti degli occhiali di Giulio Andreotti riusciva a leggere forza e debolezza di un mondo apparentemente eterno nei gesti, nei tempi e nei luoghi del potere. Cinque anni dopo chiunque poteva rendersi conto di come, in realtà, né il nuovo ordine nato da quegli anni, ingiustamente definito seconda repubblica, né tantomeno Andreotti fossero eterni. A resistere, nonostante tutto, era riuscito soltanto il “contorno”; un contorno ingombrante anche se assolutamente privo di spessore.

A questo contorno Paolo Sorrentino ha voluto dedicare il suo ritorno nel nostro paese dopo la parentesi americana di This must be the place (2011), e lo ha fatto puntando i riflettori sul mondo disinibito, eccessivo e cafone della borghesia romana. Il protagonista di La grande bellezza, Jep Gambardella, è uno scrittore diventato famoso da giovane grazie ad un folgorante romanzo d’esordio, gradito tanto ai giovani sessantottini quanto alle suore, a cui è stato incapace di dare un seguito; la sua storia è quella di un uomo le cui giornate sono riempite dal vuoto esistenziale delle continue feste e dall’ipocrisia nei rapporti umani.

La mondanità che ha esaurito la sua vena creativa e il superfluo che è diventato la sua ragione di vita delineano il perimetro all’interno del quale si svolge la non-storia raccontata dal film.

A chi chiedesse, quindi, di cosa parla La grande bellezza sarebbe difficile rispondere raccontando una trama. La sceneggiatura, firmata da Umberto Contarello e dallo stesso Sorrentino, è costruita per dipingere una tipologia umana che trova realizzazione soltanto nell’insensatezza di una certa vita della capitale – è soltanto la città, sembra dirci il regista ad essere veramente eterna – e Roma è, dunque, allo stesso tempo il mezzo e il fine dell’allontanamento dalla realtà compiuto dai personaggi ritratti che il susseguirsi di eventi svincolati l’uno dall’altro riesce a rendere in modo convincente.

Poco convincente risulta, invece, la descrizione del mondo circostante; ad esempio le gerarchie ecclesiastiche. Se l’obiettivo di Sorrentino era, infatti, quello di mostrare di sbieco un mondo molto più legato alla materia che allo spirito, un tratto meno boccaccesco avrebbe sicuramente aiutato ad evitare il risultato finale più vicino alla comicità del Pap’occhio che al rigore di Bellocchio, esattamente come risparmiare la carrellata di vip di ogni livello, arruolati per ruoli di terz’ordine o per semplici comparsate, avrebbe snellito la pellicola allontanando quel senso complessivo di frivolezza che invece si era provato a mettere nel mirino.

Tirando le somme, al di là della bella fotografia di Luca Bigazzi e delle musiche curate da Luca Marchitelli, delude un po’ tutto (inclusa la recitazione di Tony Servilo, molto al di sotto delle aspettative), lasciando l’amaro in bocca per un film che avrebbe potuto offrire spunti di discussione interessanti sulla squallida realtà delle éites del nostro paese. Non è andata così, ma non sappiamo se ci sarà una seconda occasione. Anche questa borghesia potrebbe non essere eterna.

lunedì 11 marzo 2013

Viva la libertà


«Politica e cinema non sono poi così diversi. Sono due mondi dove genio e bluff coesistono». In questa frase, messa in bocca all’eclettico regista Mung (Eric Trung Nguyen), è probabilmente riassumibile l’idea che sta dietro alla trasposizione del romanzo Il trono vuoto di Roberto Andò realizzata dallo stesso autore.

In piena campagna elettorale, Enrico Oliveri (Tony Servillo), leader del principale partito d’opposizione – dietro il quale non è difficile intravedere il Partito Democratico – decide di sparire dalla circolazione, lasciandosi alle spalle vita pubblica e privata, per dirigersi in Francia alla ricerca di un po’ di calma e di se stesso. Tra i pochi a conoscenza dell’accaduto, lo stretto collaboratore Bottini (Valerio Mastrandrea) provvede non senza incertezze a sostituirlo per l’essenziale con Giovanni Ernani (sempre Tony Servillo),  fratello gemello e professore di filosofia da poco dimesso da un ospedale psichiatrico. Il professor Ernani non si limita, però, a recitare la parte inconsistente del sosia e, spacciandosi per il fratello, prende in mano la campagna elettorale facendo crescere incredibilmente il partito nei sondaggi.

È un film profondamente attuale, forse troppo, che però cade spesso nei luoghi comuni (la compagna abbandonata per ritornare all’amore di gioventù, il pazzo professore naturalmente di filosofia, il regista orientale ultramoderno che vive a Parigi, etc.). Tenuto in piedi da poche e indiscutibili certezze, come la colonna sonora o la capacità recitativa di Servillo, il film riesce comunque a tenere desta l’attenzione dello spettatore giocando sul segreto del doppio e sulla tensione provocata dalla possibilità che venga scoperto.

Se da un lato Andò, pur non indirizzandosi verso una critica della politica contemporanea, punta a dimostrare come la personalizzazione di questa sia un esercizio privo di significato, dall’altro scommette sulla superiorità del linguaggio cinematografico su quello giornalistico e radiotelevisivo lasciando intendere come soltanto il grande schermo sia in grado di smascherare un gioco simile. Condizione essenziale per la costruzione sia del discorso politico che di quello cinematografico è, però, la libertà, come dimostra nell’esplicarsi del film la parabola del professor Ernani, e in una parentesi d’archivio un Federico Fellini accanito oppositore della censura.

È questo il senso di un film (e del suo titolo, più azzeccato di quello del romanzo) che per fortuna o purtroppo Roberto Andò avrebbe potuto realizzare soltanto in Italia, e che soltanto in Italia può essere capito fino in fondo.

giovedì 14 febbraio 2013

Lincoln


Per un paese privo di radici che non riuscendo a creare una cultura ha dato vita ad un culto, quello del denaro, l’attuale crisi economica non può che rappresentare una profonda crisi d’identità. Bisogna assumere questo dato per comprendere i diversi salti nel passato compiuti negli ultimi anni dai registi più quotati nel panorama hollywoodiano. Se è vero, infatti, che soltanto là dove la storia americana è cominciata è possibile trovare gli elementi per comprendere il presente, anche Quentin Tarantino, a modo suo, rappresenta un esempio di questa tendenza, avendo ambientato la sua ultima fatica «due anni prima della guerra civile».
 
E proprio il cuore (militare e politico) della Guerra di Secessione a cui accennano le didascalie di Django è il contesto in cui si muove il Lincoln di Spielberg. Siamo negli ultimi mesi del conflitto, e proprio quando la supremazia militare degli Stati dell’Unione sta per affermarsi definitivamente portando alla resa i confederati sudisti, il presidente Abraham Lincoln decide di forzare le tappe istituzionali per fare approvare al Congresso il tredicesimo emendamento alla Costituzione con il quale viene abolita per sempre la schiavitù. Il processo non è semplice, e Lincoln è costretto suo malgrado (o almeno questo è quello che ci fa vedere Spielberg), a muoversi in ambiti non sempre candidi per riuscire nell’intento da cui tutti hanno provato a dissuaderlo. Il ragionamento che guida Lincoln, infatti, si fonda sulla convinzione che, abolita la schiavitù, gli stati nemici cederanno in un breve lasso di tempo. Ovviamente, secondo la migliore delle tradizioni cinematografiche il presidente riesce ad ottenere l’approvazione dell’emendamento e la guerra finisce immediatamente dopo.

Niente da lamentare dato che, salvo qualche concessione narrativa, la sceneggiatura tratta dal libro della storica Doris Kearns Goodwin Team of rivals, racconta quanto effettivamente accaduto all’epoca. Ma, raccontato così, non tutto funziona. Non si capisce, ad esempio, perché Lincoln si sarebbe accapigliato sulla questione del tredicesimo emendamento quando avrebbe potuto concludere tranquillamente da vincitore la pace con gli stati confederati e far approvare, da un parlamento in cui avrebbe avuto una maggioranza addirittura superiore, la medesima legge.

Il film trascura particolari determinanti, indugiando eccessivamente in dettagli secondari che finiscono per presentare una figura stralunata ed evanescente incapace di condurre una normale discussione perché infervorato dalle proprie idee o perché preda di ragionamenti che lo allontanano dalla realtà. A peggiorare il tutto si aggiunge una colonna sonora che, secondo le tragiche usanze del melodramma hollywoodiano, prova ad accompagnare con toni enfatici i piccoli momenti di storia, risultando più che altro monotona, quando non addirittura fastidiosa, e il pessimo doppiaggio italiano del protagonista Daniel Day-Lewis.

Una figura tanto importante per la storia americana meritava un film importante. Spielberg ci ha provato, ma è venuto fuori un film noioso ed inutilmente retorico.



venerdì 25 gennaio 2013

Qualcosa nell'aria - Après mai





Se ci fossimo tolti il vizio di tradurre  e devastare i titoli dei film una quarantina d’anni fa, ai tempi di Domicile conjugal uscito nelle nostre sale come Non drammatizziamo… è solo questione di corna, sicuramente avremmo fatto un gran favore a molte pellicole, tra cui questa. Après mai, d’altronde, non era nemmeno un cattivo titolo, ma purtroppo siamo in Italia, e ci è toccato l’inutile Qualcosa nell’aria.

La cinematografia sul Sessantotto si arricchisce di un nuovo capitolo, questa volta scritto a matita, con un tratto leggero, forse troppo. In breve si racconta di Gilles e dei suoi amici, un po’ anarcoidi, un po’ maoisti, protagonisti di quello che resta dell’ondata politica sessantottina (siamo nel 1971), e delle loro strade che prontamente prenderanno direzioni diverse in un percorso che espone in maniera esemplare i germogli nati dai semi del Sessantotto, lasciando trasparire come la fine di quella “rivoluzione culturale”, che pure inciderà profondamente sulla cultura occidentale, fosse già scritta nel dna del movimento.

La storia prende le mosse quando uno dei gesti simbolici di protesta messi in atto dal gruppo di ragazzi contro l’istituzione scolastica si conclude con uno dei sorveglianti parafascisti in coma. A questo punto, approfittando anche delle vacanze estive, i ragazzi decidono di allontanarsi dalla città. Il piano privato della vicenda di Gilles converge sullo stesso momento di rottura quando il ragazzo viene lasciato dalla fidanzata Laure. La conseguenza sarà un viaggio in Italia con la nuova ragazza Christine e l’amico Christophe per svagarsi, conoscere le opere d’arte viste soltanto in fotografia e riflettere su cosa fare da grandi. Succede così che Christine decide di seguire un collettivo di registi impegnati dopo la proiezione di un documentario sulla lotta di popolo in Laos, mentre Christophe si innamora di una studentessa americana che lo inizia al mondo delle droghe e dell’amore libero. Gilles, rimasto solo, torna a casa senza una collocazione ma con la stessa ambizione iniziale di voler fare arte.

Tutto è orchestrato in modo corretto, ma ad arricchire veramente il film sono una colonna sonora meravigliosa e l’interpretazione degli attori, la cui disinvoltura sorprende se si pensa che si tratta quasi totalmente di esordienti. Potrebbe essere, quindi, un perfetto film di maniera sui giovani degli anni settanta, con al centro la solita borghesia viziata e insoddisfatta che rinuncia volentieri all’impegno politico per ripiegarsi sui problemi individuali. In realtà, non nascondendo questa parte di realtà, Après mai, analizza senza pudore e senza concedere alla storia (quella con la s minuscola) più importanza di quella che merita, l’essenza della Storia (quella con la s maiuscola) di quegli anni. Non c’è l’impegno politico dall’inizio alla fine, esattamente come non c’era soltanto impegno politico nelle vite dei giovani: un’operazione molto più utile e molto più sincera nei confronti di un periodo che altrimenti resterebbe incompreso. I limiti di questo film sono i limiti del Sessantotto.