Se ci fossimo tolti il vizio di tradurre
e devastare i titoli dei film una
quarantina d’anni fa, ai tempi di Domicile
conjugal uscito nelle nostre sale come Non
drammatizziamo… è solo questione di corna, sicuramente avremmo fatto un
gran favore a molte pellicole, tra cui questa. Après mai, d’altronde, non era nemmeno un cattivo titolo, ma
purtroppo siamo in Italia, e ci è toccato l’inutile Qualcosa nell’aria.
La cinematografia sul Sessantotto si
arricchisce di un nuovo capitolo, questa volta scritto a matita, con un tratto
leggero, forse troppo. In breve si racconta di Gilles e dei suoi amici, un po’
anarcoidi, un po’ maoisti, protagonisti di quello che resta dell’ondata
politica sessantottina (siamo nel 1971), e delle loro strade che prontamente
prenderanno direzioni diverse in un percorso che espone in maniera esemplare i
germogli nati dai semi del Sessantotto, lasciando trasparire come la fine di
quella “rivoluzione culturale”, che pure inciderà profondamente sulla cultura
occidentale, fosse già scritta nel dna del movimento.
La storia prende le mosse quando uno dei
gesti simbolici di protesta messi in atto dal gruppo di ragazzi contro
l’istituzione scolastica si conclude con uno dei sorveglianti parafascisti in
coma. A questo punto, approfittando anche delle vacanze estive, i ragazzi
decidono di allontanarsi dalla città. Il piano privato della vicenda di Gilles
converge sullo stesso momento di rottura quando il ragazzo viene lasciato dalla
fidanzata Laure. La conseguenza sarà un viaggio in Italia con la nuova ragazza
Christine e l’amico Christophe per svagarsi, conoscere le opere d’arte viste
soltanto in fotografia e riflettere su cosa fare da grandi. Succede così che
Christine decide di seguire un collettivo di registi impegnati dopo la
proiezione di un documentario sulla lotta di popolo in Laos, mentre Christophe
si innamora di una studentessa americana che lo inizia al mondo delle droghe e
dell’amore libero. Gilles, rimasto solo, torna a casa senza una collocazione ma
con la stessa ambizione iniziale di voler fare arte.
Tutto è orchestrato in modo corretto,
ma ad arricchire veramente il film sono una colonna sonora meravigliosa e l’interpretazione
degli attori, la cui disinvoltura sorprende se si pensa che si tratta quasi
totalmente di esordienti. Potrebbe essere, quindi, un perfetto film di maniera
sui giovani degli anni settanta, con al centro la solita borghesia viziata e
insoddisfatta che rinuncia volentieri all’impegno politico per ripiegarsi sui
problemi individuali. In realtà, non nascondendo questa parte di realtà, Après mai, analizza senza pudore e senza
concedere alla storia (quella con la s
minuscola) più importanza di quella che merita, l’essenza della Storia (quella
con la s maiuscola) di quegli anni. Non
c’è l’impegno politico dall’inizio alla fine, esattamente come non c’era soltanto
impegno politico nelle vite dei giovani: un’operazione molto più utile e molto
più sincera nei confronti di un periodo che altrimenti resterebbe incompreso. I
limiti di questo film sono i limiti del Sessantotto.

