venerdì 25 gennaio 2013

Qualcosa nell'aria - Après mai





Se ci fossimo tolti il vizio di tradurre  e devastare i titoli dei film una quarantina d’anni fa, ai tempi di Domicile conjugal uscito nelle nostre sale come Non drammatizziamo… è solo questione di corna, sicuramente avremmo fatto un gran favore a molte pellicole, tra cui questa. Après mai, d’altronde, non era nemmeno un cattivo titolo, ma purtroppo siamo in Italia, e ci è toccato l’inutile Qualcosa nell’aria.

La cinematografia sul Sessantotto si arricchisce di un nuovo capitolo, questa volta scritto a matita, con un tratto leggero, forse troppo. In breve si racconta di Gilles e dei suoi amici, un po’ anarcoidi, un po’ maoisti, protagonisti di quello che resta dell’ondata politica sessantottina (siamo nel 1971), e delle loro strade che prontamente prenderanno direzioni diverse in un percorso che espone in maniera esemplare i germogli nati dai semi del Sessantotto, lasciando trasparire come la fine di quella “rivoluzione culturale”, che pure inciderà profondamente sulla cultura occidentale, fosse già scritta nel dna del movimento.

La storia prende le mosse quando uno dei gesti simbolici di protesta messi in atto dal gruppo di ragazzi contro l’istituzione scolastica si conclude con uno dei sorveglianti parafascisti in coma. A questo punto, approfittando anche delle vacanze estive, i ragazzi decidono di allontanarsi dalla città. Il piano privato della vicenda di Gilles converge sullo stesso momento di rottura quando il ragazzo viene lasciato dalla fidanzata Laure. La conseguenza sarà un viaggio in Italia con la nuova ragazza Christine e l’amico Christophe per svagarsi, conoscere le opere d’arte viste soltanto in fotografia e riflettere su cosa fare da grandi. Succede così che Christine decide di seguire un collettivo di registi impegnati dopo la proiezione di un documentario sulla lotta di popolo in Laos, mentre Christophe si innamora di una studentessa americana che lo inizia al mondo delle droghe e dell’amore libero. Gilles, rimasto solo, torna a casa senza una collocazione ma con la stessa ambizione iniziale di voler fare arte.

Tutto è orchestrato in modo corretto, ma ad arricchire veramente il film sono una colonna sonora meravigliosa e l’interpretazione degli attori, la cui disinvoltura sorprende se si pensa che si tratta quasi totalmente di esordienti. Potrebbe essere, quindi, un perfetto film di maniera sui giovani degli anni settanta, con al centro la solita borghesia viziata e insoddisfatta che rinuncia volentieri all’impegno politico per ripiegarsi sui problemi individuali. In realtà, non nascondendo questa parte di realtà, Après mai, analizza senza pudore e senza concedere alla storia (quella con la s minuscola) più importanza di quella che merita, l’essenza della Storia (quella con la s maiuscola) di quegli anni. Non c’è l’impegno politico dall’inizio alla fine, esattamente come non c’era soltanto impegno politico nelle vite dei giovani: un’operazione molto più utile e molto più sincera nei confronti di un periodo che altrimenti resterebbe incompreso. I limiti di questo film sono i limiti del Sessantotto.

martedì 22 gennaio 2013

Django unchained


«Nelle antiche leggende son narrate cose stupende / di guerrieri famosi, imprese immense»
I Nibelunghi, I, 1-2

 
L’operazione standard di Tarantino mostra l’ossatura della sua arte: prendere elementi della sottocultura cinematografica (della peggiore sottocultura cinematografica, quella dei film di serie Z) di cui si è voracemente nutrito nel corso del tempo ed unirli ad innate doti artistiche in una contaminazione dei generi all’interno della quale possono tranquillamente convivere Shakespeare e Bruce Lee, Tomas Milian e David W. Griffith. Tutto può essere rielaborato, riuscendo ad essere sempre nuovi, o almeno interessanti.

Dopo il salto nella Storia, con l’indimenticabile “Bastardi senza gloria”, Tarantino punta questa volta alla Leggenda. La storia del nero Django, schiavo liberato e cacciatore di taglie provetto, non è altro che l’ultimo dei salti fra le diverse modalità narrative compiuto dal regista. Apparentemente il tessuto sul quale è costruito il racconto sembra lo stesso: bianchi e neri eternamente in lotta, immagini sgranate, musica pop, sangue in quantità. In realtà si tratta di epica; epica declinata da Quentin Tarantino. Si tratta del viaggio di un eroe che, all’interno di un tempo e di uno spazio mitici, è costretto a superare diversi ostacoli per poter trovare l’oggetto desiderato. L’eroe è uno schiavo nero malconcio (Jamie Foxx) che incontriamo in marcia dalla fiera nella quale è appena stato acquistato, il tempo e lo spazio sono quelli del far west americano nel 1859 (come tiene a precisare la didascalia iniziale “due anni prima della guerra civile”), l’oggetto del desiderio scopriremo essere la moglie Broomhilda (Kerry Washington) da cui è stato separato. Proprio il nome Broomhilda (Brunilde) servirà a istituire il dialogo con un racconto che leggendario lo è per davvero. Django scopre, infatti, l’aderenza della sua storia a quella dell’eroe germanico Sigfrido grazie al racconto del Dr. Schultz (l’immenso Christoph Waltz).

La leggenda racconta che Sigfrido liberò la bella Brunilde costretta da un sortilegio sulla cima di una montagna, affrontando, grazie al suo immenso coraggio, un drago tremendo e le tremende fiamme infernali. Django seguirà pressoché lo stesso percorso. Liberato da Schultz per aiutarlo nel suo lavoro di cacciatore di taglie, lo affascinerà presto («non capita tutti i giorni a un tedesco di incontrare un Sigfrido in carne e ossa») portandolo al suo fianco nell’impresa più difficile. Antagonista principale sarà il ricco possidente Calvin Candie (Leonardo Di Caprio, in una delle sue migliori interpretazioni) appassionato di lotte tra mandingo e rappresentante eccellente di quel razzismo arrogante e spietato unito ad abissale ignoranza che segnerà profondamente  lo spirito americano.

Tra l’oscuro inizio e l’apoteosi finale c’è il genio di Tarantino. Campi medi e lunghi si alternano e descrivono un paesaggio che ricorda poco i western, esattamente come poco questo Django ricorda quello del 1966 con Franco Nero (che appare in un cameo). La colonna sonora, con il contributo di maestri del calibro di Ennio Morricone, Luis Bacalov e Riz Ortolani – numi tutelari di quel cinema italiano in cui Tarantino attinge a piene mani, strizza l’occhio allo spettatore salvandolo dal rischio di confondere i piani del gioco su cui si costruisce la trama. E poi le incursioni pop, i fiotti di sangue volutamente irreali, i dialoghi surreali. Tutto contribuisce alla costruzione dello spettacolo per eccellenza.

Tarantino traduce l’epos cavalleresco in termini postmoderni dimostrando che il suo meta-cinema non va preso sul serio. Ad essere nel mirino del regista/cacciatore di taglie sono, infatti, proprio gli spettatori; a prescindere dalla razza e dal titolo di studio. E alla fine, come sempre, riesce a catturarli tutti. Vivi o morti.