giovedì 14 febbraio 2013

Lincoln


Per un paese privo di radici che non riuscendo a creare una cultura ha dato vita ad un culto, quello del denaro, l’attuale crisi economica non può che rappresentare una profonda crisi d’identità. Bisogna assumere questo dato per comprendere i diversi salti nel passato compiuti negli ultimi anni dai registi più quotati nel panorama hollywoodiano. Se è vero, infatti, che soltanto là dove la storia americana è cominciata è possibile trovare gli elementi per comprendere il presente, anche Quentin Tarantino, a modo suo, rappresenta un esempio di questa tendenza, avendo ambientato la sua ultima fatica «due anni prima della guerra civile».
 
E proprio il cuore (militare e politico) della Guerra di Secessione a cui accennano le didascalie di Django è il contesto in cui si muove il Lincoln di Spielberg. Siamo negli ultimi mesi del conflitto, e proprio quando la supremazia militare degli Stati dell’Unione sta per affermarsi definitivamente portando alla resa i confederati sudisti, il presidente Abraham Lincoln decide di forzare le tappe istituzionali per fare approvare al Congresso il tredicesimo emendamento alla Costituzione con il quale viene abolita per sempre la schiavitù. Il processo non è semplice, e Lincoln è costretto suo malgrado (o almeno questo è quello che ci fa vedere Spielberg), a muoversi in ambiti non sempre candidi per riuscire nell’intento da cui tutti hanno provato a dissuaderlo. Il ragionamento che guida Lincoln, infatti, si fonda sulla convinzione che, abolita la schiavitù, gli stati nemici cederanno in un breve lasso di tempo. Ovviamente, secondo la migliore delle tradizioni cinematografiche il presidente riesce ad ottenere l’approvazione dell’emendamento e la guerra finisce immediatamente dopo.

Niente da lamentare dato che, salvo qualche concessione narrativa, la sceneggiatura tratta dal libro della storica Doris Kearns Goodwin Team of rivals, racconta quanto effettivamente accaduto all’epoca. Ma, raccontato così, non tutto funziona. Non si capisce, ad esempio, perché Lincoln si sarebbe accapigliato sulla questione del tredicesimo emendamento quando avrebbe potuto concludere tranquillamente da vincitore la pace con gli stati confederati e far approvare, da un parlamento in cui avrebbe avuto una maggioranza addirittura superiore, la medesima legge.

Il film trascura particolari determinanti, indugiando eccessivamente in dettagli secondari che finiscono per presentare una figura stralunata ed evanescente incapace di condurre una normale discussione perché infervorato dalle proprie idee o perché preda di ragionamenti che lo allontanano dalla realtà. A peggiorare il tutto si aggiunge una colonna sonora che, secondo le tragiche usanze del melodramma hollywoodiano, prova ad accompagnare con toni enfatici i piccoli momenti di storia, risultando più che altro monotona, quando non addirittura fastidiosa, e il pessimo doppiaggio italiano del protagonista Daniel Day-Lewis.

Una figura tanto importante per la storia americana meritava un film importante. Spielberg ci ha provato, ma è venuto fuori un film noioso ed inutilmente retorico.