
E proprio il cuore (militare e politico)
della Guerra di Secessione a cui accennano le didascalie di Django è il contesto in cui si muove il Lincoln di Spielberg. Siamo negli ultimi
mesi del conflitto, e proprio quando la supremazia militare degli Stati
dell’Unione sta per affermarsi definitivamente portando alla resa i confederati
sudisti, il presidente Abraham Lincoln decide di forzare le tappe istituzionali
per fare approvare al Congresso il tredicesimo emendamento alla Costituzione
con il quale viene abolita per sempre la schiavitù. Il processo non è semplice,
e Lincoln è costretto suo malgrado (o almeno questo è quello che ci fa vedere
Spielberg), a muoversi in ambiti non sempre candidi per riuscire nell’intento
da cui tutti hanno provato a dissuaderlo. Il ragionamento che guida Lincoln,
infatti, si fonda sulla convinzione che, abolita la schiavitù, gli stati nemici
cederanno in un breve lasso di tempo. Ovviamente, secondo la migliore delle
tradizioni cinematografiche il presidente riesce ad ottenere l’approvazione
dell’emendamento e la guerra finisce immediatamente dopo.
Niente da lamentare dato che, salvo
qualche concessione narrativa, la sceneggiatura tratta dal libro della
storica Doris Kearns Goodwin Team of
rivals, racconta quanto effettivamente accaduto all’epoca. Ma, raccontato
così, non tutto funziona. Non si capisce, ad esempio, perché Lincoln si sarebbe
accapigliato sulla questione del tredicesimo emendamento quando avrebbe potuto
concludere tranquillamente da vincitore la pace con gli stati confederati e far
approvare, da un parlamento in cui avrebbe avuto una maggioranza addirittura
superiore, la medesima legge.
Il film trascura particolari determinanti,
indugiando eccessivamente in dettagli secondari che finiscono per presentare
una figura stralunata ed evanescente incapace di condurre una normale
discussione perché infervorato dalle proprie idee o perché preda di
ragionamenti che lo allontanano dalla realtà. A peggiorare il tutto si aggiunge
una colonna sonora che, secondo le tragiche usanze del melodramma
hollywoodiano, prova ad accompagnare con toni enfatici i piccoli momenti di
storia, risultando più che altro monotona, quando non addirittura fastidiosa, e
il pessimo doppiaggio italiano del protagonista Daniel Day-Lewis.
Una figura tanto importante per la
storia americana meritava un film importante. Spielberg ci ha provato, ma è
venuto fuori un film noioso ed inutilmente retorico.
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