«Politica e cinema non sono poi così
diversi. Sono due mondi dove genio e bluff coesistono». In questa frase, messa
in bocca all’eclettico regista Mung (Eric Trung Nguyen), è probabilmente
riassumibile l’idea che sta dietro alla trasposizione del romanzo Il trono vuoto di Roberto Andò realizzata
dallo stesso autore.
In piena campagna elettorale, Enrico
Oliveri (Tony Servillo), leader del principale partito d’opposizione – dietro
il quale non è difficile intravedere il Partito Democratico – decide di sparire
dalla circolazione, lasciandosi alle spalle vita pubblica e privata, per
dirigersi in Francia alla ricerca di un po’ di calma e di se stesso. Tra i
pochi a conoscenza dell’accaduto, lo stretto collaboratore Bottini (Valerio
Mastrandrea) provvede non senza incertezze a sostituirlo per l’essenziale con Giovanni
Ernani (sempre Tony Servillo), fratello
gemello e professore di filosofia da poco dimesso da un ospedale psichiatrico. Il
professor Ernani non si limita, però, a recitare la parte inconsistente del
sosia e, spacciandosi per il fratello, prende in mano la campagna elettorale
facendo crescere incredibilmente il partito nei sondaggi.
È un film profondamente attuale, forse
troppo, che però cade spesso nei luoghi comuni (la compagna abbandonata per
ritornare all’amore di gioventù, il pazzo professore naturalmente di filosofia,
il regista orientale ultramoderno che vive a Parigi, etc.). Tenuto in piedi da
poche e indiscutibili certezze, come la colonna sonora o la capacità recitativa
di Servillo, il film riesce comunque a tenere desta l’attenzione dello
spettatore giocando sul segreto del doppio e sulla tensione provocata dalla
possibilità che venga scoperto.
Se da un lato Andò, pur non
indirizzandosi verso una critica della politica contemporanea, punta a
dimostrare come la personalizzazione di questa sia un esercizio privo di
significato, dall’altro scommette sulla superiorità del linguaggio
cinematografico su quello giornalistico e radiotelevisivo lasciando intendere
come soltanto il grande schermo sia in grado di smascherare un gioco simile. Condizione
essenziale per la costruzione sia del discorso politico che di quello cinematografico
è, però, la libertà, come dimostra nell’esplicarsi del film la parabola del
professor Ernani, e in una parentesi d’archivio un Federico Fellini accanito
oppositore della censura.
È questo il senso di un film (e del suo
titolo, più azzeccato di quello del romanzo) che per fortuna o purtroppo
Roberto Andò avrebbe potuto realizzare soltanto in Italia, e che soltanto in
Italia può essere capito fino in fondo.
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