lunedì 11 marzo 2013

Viva la libertà


«Politica e cinema non sono poi così diversi. Sono due mondi dove genio e bluff coesistono». In questa frase, messa in bocca all’eclettico regista Mung (Eric Trung Nguyen), è probabilmente riassumibile l’idea che sta dietro alla trasposizione del romanzo Il trono vuoto di Roberto Andò realizzata dallo stesso autore.

In piena campagna elettorale, Enrico Oliveri (Tony Servillo), leader del principale partito d’opposizione – dietro il quale non è difficile intravedere il Partito Democratico – decide di sparire dalla circolazione, lasciandosi alle spalle vita pubblica e privata, per dirigersi in Francia alla ricerca di un po’ di calma e di se stesso. Tra i pochi a conoscenza dell’accaduto, lo stretto collaboratore Bottini (Valerio Mastrandrea) provvede non senza incertezze a sostituirlo per l’essenziale con Giovanni Ernani (sempre Tony Servillo),  fratello gemello e professore di filosofia da poco dimesso da un ospedale psichiatrico. Il professor Ernani non si limita, però, a recitare la parte inconsistente del sosia e, spacciandosi per il fratello, prende in mano la campagna elettorale facendo crescere incredibilmente il partito nei sondaggi.

È un film profondamente attuale, forse troppo, che però cade spesso nei luoghi comuni (la compagna abbandonata per ritornare all’amore di gioventù, il pazzo professore naturalmente di filosofia, il regista orientale ultramoderno che vive a Parigi, etc.). Tenuto in piedi da poche e indiscutibili certezze, come la colonna sonora o la capacità recitativa di Servillo, il film riesce comunque a tenere desta l’attenzione dello spettatore giocando sul segreto del doppio e sulla tensione provocata dalla possibilità che venga scoperto.

Se da un lato Andò, pur non indirizzandosi verso una critica della politica contemporanea, punta a dimostrare come la personalizzazione di questa sia un esercizio privo di significato, dall’altro scommette sulla superiorità del linguaggio cinematografico su quello giornalistico e radiotelevisivo lasciando intendere come soltanto il grande schermo sia in grado di smascherare un gioco simile. Condizione essenziale per la costruzione sia del discorso politico che di quello cinematografico è, però, la libertà, come dimostra nell’esplicarsi del film la parabola del professor Ernani, e in una parentesi d’archivio un Federico Fellini accanito oppositore della censura.

È questo il senso di un film (e del suo titolo, più azzeccato di quello del romanzo) che per fortuna o purtroppo Roberto Andò avrebbe potuto realizzare soltanto in Italia, e che soltanto in Italia può essere capito fino in fondo.

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