Ci sono tre tipi di film sulle classi
scolastiche: quelli che le descrivono dall’interno, quelli che le descrivono
dall’esterno e quelli che le utilizzano come metafora per raccontare altro. Al
primo gruppo appartengono i film più insulsi, al secondo quelli più moralisti,
al terzo appartiene L’onda.
Il film di Dennis Gansel, realizzato nel
2008 ma arrivato nelle sale italiane soltanto l’anno successivo, trasferisce in
Germania il racconto di un esperimento realmente realizzato sul finire degli
anni sessanta in una scuola californiana. Per confutare le convinzioni dei suoi
alunni, che ritengono impossibile il ritorno di una dittatura, il professor
Wenger (J.Vogel) mette in piedi un progetto sconvolgente. Per una settimana
questi dovranno comportarsi esattamente come se vivessero sotto un regime
totalitario che ha come leader l’insegnante: dovranno, quindi, utilizzare lo
stesso abbigliamento, fare riferimento ad un simbolo comune, salutare in un
determinato modo. L’Onda, questo il nome che viene scelto per il gruppo,
appassiona da subito i ragazzi che oltre a costituirsi come insieme coeso e
fortemente identitario, cominciano a diffondere il simbolo in città,
proiettando la struttura all’esterno delle mura scolastiche con conseguenze
irreparabili sulla psicologia di alcuni dei più deboli tra loro. L’esperimento,
infatti, confermando la correttezza della tesi iniziale, sfugge di mano a
Wenger, conducendo la classe ad esiti imprevisti.
Rifuggendo la schematicità documentaria
del cinema che spesso ama definirsi “impegnato”, ma anzi utilizzando un
linguaggio semplice e accattivante, la breve parabola apre gli occhi, se mai ce
ne fosse bisogno, sull’incredibile fragilità dell’apparente democrazia a cui
sono abituati i paesi dell’occidente industrializzato.
Se da un lato bastano poche parole d’ordine,
scandite con il tono di voce giusto, a mettere in crisi ogni norma di civile
convivenza e ad installare, persino – o soprattutto – in chi subisce
quotidianamente il dramma dell’emarginazione (generazionale, culturale,
razziale), i meccanismi paranoici dell’intolleranza, dall’altro bastano pochi
elementi ben organizzati per trasformare un episodio traumatico in un racconto coinvolgente:
un montaggio che guarda allo stile hollywoodiano ma sa utilizzarne i tratti
migliori pescando a piene mani dai modelli più commerciali senza dimenticare la
serietà imposta dalla storia; un occhio fotografico che riesce a trasmettere (e
forse in questo sta la superiorità dell’ambientazione tedesca) la totale
compenetrazione fra assurdità degli eventi e impersonalità del paesaggio circostante,
in un gioco – sempre per restare sull’orizzonte commerciale – che evoca gli
inospitali scenari scandinavi di Stieg Larsson; un cast, infine, quasi
interamente composto da esordienti capaci di rendere in modo eccezionale gli
animi invasati e insieme spaesati della classe “vittima” dell’esperimento.
Tutto concorre, quindi, ad una lettura
che collocando L’onda a fianco di
molte produzioni contemporanee (una su tutte La banda Baader-Meinhoff), inserisce il film nel solco di un nuovo
cinema tedesco che grazie a linguaggi lontanissimi da quelli dei maestri degli
anni ‘70/’80 e grazie a una distribuzione che ne ha permesso una diffusione non
indifferente, riflette sul proprio passato in maniera convincente e non
autoreferenziale.

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