giovedì 30 maggio 2013

L'onda

Ci sono tre tipi di film sulle classi scolastiche: quelli che le descrivono dall’interno, quelli che le descrivono dall’esterno e quelli che le utilizzano come metafora per raccontare altro. Al primo gruppo appartengono i film più insulsi, al secondo quelli più moralisti, al terzo appartiene L’onda.

Il film di Dennis Gansel, realizzato nel 2008 ma arrivato nelle sale italiane soltanto l’anno successivo, trasferisce in Germania il racconto di un esperimento realmente realizzato sul finire degli anni sessanta in una scuola californiana. Per confutare le convinzioni dei suoi alunni, che ritengono impossibile il ritorno di una dittatura, il professor Wenger (J.Vogel) mette in piedi un progetto sconvolgente. Per una settimana questi dovranno comportarsi esattamente come se vivessero sotto un regime totalitario che ha come leader l’insegnante: dovranno, quindi, utilizzare lo stesso abbigliamento, fare riferimento ad un simbolo comune, salutare in un determinato modo. L’Onda, questo il nome che viene scelto per il gruppo, appassiona da subito i ragazzi che oltre a costituirsi come insieme coeso e fortemente identitario, cominciano a diffondere il simbolo in città, proiettando la struttura all’esterno delle mura scolastiche con conseguenze irreparabili sulla psicologia di alcuni dei più deboli tra loro. L’esperimento, infatti, confermando la correttezza della tesi iniziale, sfugge di mano a Wenger, conducendo la classe ad esiti imprevisti.

Rifuggendo la schematicità documentaria del cinema che spesso ama definirsi “impegnato”, ma anzi utilizzando un linguaggio semplice e accattivante, la breve parabola apre gli occhi, se mai ce ne fosse bisogno, sull’incredibile fragilità dell’apparente democrazia a cui sono abituati i paesi dell’occidente industrializzato.

Se da un lato bastano poche parole d’ordine, scandite con il tono di voce giusto, a mettere in crisi ogni norma di civile convivenza e ad installare, persino – o soprattutto – in chi subisce quotidianamente il dramma dell’emarginazione (generazionale, culturale, razziale), i meccanismi paranoici dell’intolleranza, dall’altro bastano pochi elementi ben organizzati per trasformare un episodio traumatico in un racconto coinvolgente: un montaggio che guarda allo stile hollywoodiano ma sa utilizzarne i tratti migliori pescando a piene mani dai modelli più commerciali senza dimenticare la serietà imposta dalla storia; un occhio fotografico che riesce a trasmettere (e forse in questo sta la superiorità dell’ambientazione tedesca) la totale compenetrazione fra assurdità degli eventi e impersonalità del paesaggio circostante, in un gioco – sempre per restare sull’orizzonte commerciale – che evoca gli inospitali scenari scandinavi di Stieg Larsson; un cast, infine, quasi interamente composto da esordienti capaci di rendere in modo eccezionale gli animi invasati e insieme spaesati della classe “vittima” dell’esperimento.

Tutto concorre, quindi, ad una lettura che collocando L’onda a fianco di molte produzioni contemporanee (una su tutte La banda Baader-Meinhoff), inserisce il film nel solco di un nuovo cinema tedesco che grazie a linguaggi lontanissimi da quelli dei maestri degli anni ‘70/’80 e grazie a una distribuzione che ne ha permesso una diffusione non indifferente, riflette sul proprio passato in maniera convincente e non autoreferenziale.

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