La crisi genera mostri, ma spesso
fornisce gli strumenti per sconfiggerli. Un’anziana, incattivita dalla povertà dettata
da una pensione talmente bassa da costringerla a rovistare tra i rifiuti, passa
le sue giornate tra le invettive contro gli extracomunitari che popolano la
città e il rimpianto del marito scomparso. La pasticceria di famiglia nella
quale lavorava è adesso un ristorante cinese e Paulette (B.Lafont), questo il nome
della protagonista, costretta ai margini della società è incapace di provare
affetto persino per il nipotino, colpevole di avere la pelle nera. La svolta
arriva nel momento in cui l’odiato genero Ousmane (J.B.Anoumon) le chiede
qualcosa sullo spaccio di droga che ha luogo nel quartiere. Paulette,
comprendendo la portata del business decide, infatti, di cominciare a
spacciare, e facendo di necessità virtù, dopo un inizio burrascoso scopre per
caso la possibilità di utilizzare i dolci, infarciti con le sostanze
allucinogene, per non destare sospetti. Grazie al contributo di tre amiche
entusiaste (C.Maura, D.Lavanant, F.Bertin), la donna recupera la felicità,
riconciliandosi in un modo un po’ eccentrico con il mondo che la circonda.
La droga – e solo quella leggera, perché
Paulette non vuole andare oltre – le offre l’occasione di recuperare la dignità
che le leggi del Mercato “autoregolato” le hanno sottratto. Ed è così che una
donna resa acida e indisponente dalla vita, rinasce all’ombra di quella
legalità che avrebbe dovuto proteggerla, innescando un meccanismo che
sovvertirà anche ruoli e rapporti di forza nel quartiere.
Il film vive di contrasti. Quello tra
una vecchietta apparentemente indifesa e la sua cattiveria, quello tra il
circolo in cui si gioca a carte e i marciapiedi dei quartieri dormitorio in cui
si spaccia, quello, infine, tra l’innocenza dei dolci fatti in casa e l’hashish.
Tutti esemplarmente resi grazie alla recitazione di quella che fu una delle
muse di Truffaut e Chabrol e ad una colonna sonora originale usata con
intelligenza. Al di là di qualche rappresentazione stereotipata, soprattutto
tra i clienti di “nonna spinello”, il film prova a raccontare in modo non
banale una storia a tratti irreale, e lo fa trovando soluzioni originali come
quella dei titoli di testa, che scorrono sui finti filmini familiari in super8 raccontando
la vita della protagonista, o della scena esilarante con la liberazione del
nipote rapito.
Una favola contemporanea in cui il
contatto umano, la cooperazione, la possibilità di trovare un posto nella
società e la capacità di offrire con “dolcezza” qualche momento di evasione
dalla brutalità della metropoli, tirano fuori Paulette da una vita umiliante.
Una favola per la quale non ci sarebbe da stupirsi se diventasse realtà.
