lunedì 27 maggio 2013

La grande bellezza

Era il 2008 quando nelle sale cinematografiche italiane usciva Il Divo, ultimo film degno di nota sul grottesco mondo della politica italiana, che attraverso le spesse lenti degli occhiali di Giulio Andreotti riusciva a leggere forza e debolezza di un mondo apparentemente eterno nei gesti, nei tempi e nei luoghi del potere. Cinque anni dopo chiunque poteva rendersi conto di come, in realtà, né il nuovo ordine nato da quegli anni, ingiustamente definito seconda repubblica, né tantomeno Andreotti fossero eterni. A resistere, nonostante tutto, era riuscito soltanto il “contorno”; un contorno ingombrante anche se assolutamente privo di spessore.

A questo contorno Paolo Sorrentino ha voluto dedicare il suo ritorno nel nostro paese dopo la parentesi americana di This must be the place (2011), e lo ha fatto puntando i riflettori sul mondo disinibito, eccessivo e cafone della borghesia romana. Il protagonista di La grande bellezza, Jep Gambardella, è uno scrittore diventato famoso da giovane grazie ad un folgorante romanzo d’esordio, gradito tanto ai giovani sessantottini quanto alle suore, a cui è stato incapace di dare un seguito; la sua storia è quella di un uomo le cui giornate sono riempite dal vuoto esistenziale delle continue feste e dall’ipocrisia nei rapporti umani.

La mondanità che ha esaurito la sua vena creativa e il superfluo che è diventato la sua ragione di vita delineano il perimetro all’interno del quale si svolge la non-storia raccontata dal film.

A chi chiedesse, quindi, di cosa parla La grande bellezza sarebbe difficile rispondere raccontando una trama. La sceneggiatura, firmata da Umberto Contarello e dallo stesso Sorrentino, è costruita per dipingere una tipologia umana che trova realizzazione soltanto nell’insensatezza di una certa vita della capitale – è soltanto la città, sembra dirci il regista ad essere veramente eterna – e Roma è, dunque, allo stesso tempo il mezzo e il fine dell’allontanamento dalla realtà compiuto dai personaggi ritratti che il susseguirsi di eventi svincolati l’uno dall’altro riesce a rendere in modo convincente.

Poco convincente risulta, invece, la descrizione del mondo circostante; ad esempio le gerarchie ecclesiastiche. Se l’obiettivo di Sorrentino era, infatti, quello di mostrare di sbieco un mondo molto più legato alla materia che allo spirito, un tratto meno boccaccesco avrebbe sicuramente aiutato ad evitare il risultato finale più vicino alla comicità del Pap’occhio che al rigore di Bellocchio, esattamente come risparmiare la carrellata di vip di ogni livello, arruolati per ruoli di terz’ordine o per semplici comparsate, avrebbe snellito la pellicola allontanando quel senso complessivo di frivolezza che invece si era provato a mettere nel mirino.

Tirando le somme, al di là della bella fotografia di Luca Bigazzi e delle musiche curate da Luca Marchitelli, delude un po’ tutto (inclusa la recitazione di Tony Servilo, molto al di sotto delle aspettative), lasciando l’amaro in bocca per un film che avrebbe potuto offrire spunti di discussione interessanti sulla squallida realtà delle éites del nostro paese. Non è andata così, ma non sappiamo se ci sarà una seconda occasione. Anche questa borghesia potrebbe non essere eterna.

Nessun commento:

Posta un commento