A questo contorno Paolo Sorrentino ha
voluto dedicare il suo ritorno nel nostro paese dopo la parentesi americana di This must be the place (2011), e lo ha
fatto puntando i riflettori sul mondo disinibito, eccessivo e cafone della
borghesia romana. Il protagonista di La
grande bellezza, Jep Gambardella, è uno scrittore diventato famoso da
giovane grazie ad un folgorante romanzo d’esordio, gradito tanto ai giovani
sessantottini quanto alle suore, a cui è stato incapace di dare un seguito; la
sua storia è quella di un uomo le cui giornate sono riempite dal vuoto
esistenziale delle continue feste e dall’ipocrisia nei rapporti umani.
La mondanità che ha esaurito la sua vena
creativa e il superfluo che è diventato la sua ragione di vita delineano il
perimetro all’interno del quale si svolge la non-storia raccontata dal film.
A chi chiedesse, quindi, di cosa parla La grande bellezza sarebbe difficile
rispondere raccontando una trama. La sceneggiatura, firmata da Umberto
Contarello e dallo stesso Sorrentino, è costruita per dipingere una tipologia umana
che trova realizzazione soltanto nell’insensatezza di una certa vita della capitale
– è soltanto la città, sembra dirci il regista ad essere veramente eterna – e
Roma è, dunque, allo stesso tempo il mezzo e il fine dell’allontanamento dalla
realtà compiuto dai personaggi ritratti che il susseguirsi di eventi svincolati
l’uno dall’altro riesce a rendere in modo convincente.
Poco convincente risulta, invece, la
descrizione del mondo circostante; ad esempio le gerarchie ecclesiastiche. Se l’obiettivo
di Sorrentino era, infatti, quello di mostrare di sbieco un mondo molto più
legato alla materia che allo spirito, un tratto meno boccaccesco avrebbe
sicuramente aiutato ad evitare il risultato finale più vicino alla comicità del
Pap’occhio che al rigore di
Bellocchio, esattamente come risparmiare la carrellata di vip di ogni livello,
arruolati per ruoli di terz’ordine o per semplici comparsate, avrebbe snellito
la pellicola allontanando quel senso complessivo di frivolezza che invece si
era provato a mettere nel mirino.
Tirando le somme, al di là della bella
fotografia di Luca Bigazzi e delle musiche curate da Luca Marchitelli, delude
un po’ tutto (inclusa la recitazione di Tony Servilo, molto al di sotto delle
aspettative), lasciando l’amaro in bocca per un film che avrebbe potuto offrire
spunti di discussione interessanti sulla squallida realtà delle éites del nostro paese. Non è andata
così, ma non sappiamo se ci sarà una seconda occasione. Anche questa borghesia
potrebbe non essere eterna.

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